CASHMERE

La fibra più amata tra quelle che la natura ci ha donato.

Morbida, calda, soffice, leggerissima e lucente, desiderata da tutti.

Oggi un capo di Cashmere è alla portata di tutti. Ma dovete immaginarvi che fino al secolo scorso, questo filato era lussuoso appannaggio di re e regine, come anche fibra prescelta dei monaci tibetani che la usavano per proteggersi dal freddo durante la meditazione, propiziandosi al rito con la frase “entra nel caldo”.

La Leggenda e le Origini
scopri
Cashmere
La Produzione del Cashmere

scopri

Il Popolo del Cashmere

scopri

La Leggenda e le Origini

La Leggenda

Le origini e gli usi di questa fibra si perdono nei secoli e la realtà si confonde spesso con la leggenda; si sente spesso parlare di Sultani e Imperatori che venuti a conoscenza delle caratteristiche di questa fibra vollero possederla.

La leggenda vuole che le origini più lontane risalgano al XV secolo, quando Il sultano del Kashmir, Zain-ul-Abidin, un discendente di Gengis Khan, chiamato “Akbar il Grande” per la sua opera di promotore delle arti, invitò a corte un tessitore originario del Turkestan perché producesse per lui scialli e tessuti in cashmere.

Negli anni che seguirono la tessitura di manufatti in cashmere si sviluppò a tal punto da diventare la più importante attività della regione.

Ancora oggi, nell’India settentrionale, a Srinagar, capitale estiva del Kashmir, si trovano botteghe artigiane che realizzano manufatti in cashmere: sono però sempre più rari i “Pashmina”, scialli il cui nome deriva dal persiano “Pashm” (lana), termine usato nel continente indiano per indicare il cashmere.

La lavorazione dei veri “Pashmina” che avviene ancora oggi con i metodi antichi, sopravvive solo sulle montagne del Ladakh, territorio a cavallo tra India e Tibet. La lunga e laboriosa lavorazione impegna un intero gruppo familiare per tutto l’inverno ed è fatta interamente a mano; inizia con la selezione delle fibre fini da quelle più grossolane, per passare poi alla filatura e alla tessitura.

È usanza che questi scialli vengano donati dallo sposo alla sposa il giorno delle nozze e la tradizione vuole che la “Pashmina” debba passare all’interno dell’anello nuziale.

 

Le Origini

Tentativi di allevare le capre in altri luoghi

Nel 1808 il ministero dell’Agricoltura Inglese dichiarava: “se la naturalizzazione delle capre del Kashmir riuscisse, per i nostri produttori sarebbe più vantaggiosa della conquista del Vello d’Oro”.

Perché tanto vantaggiosa? Perché i tessitori di Norwich, di Edimburgo, di Paisley, erano impegnati, da anni, a imitare gli scialli che i dipendenti militari e civili della Compagnia delle Indie Orientali portavano in patria per farne dono alle innamorate. Scialli con il motivo del germoglio di palma prodotti nell’India Settentrionale erano richiestissimi dalla moda continentale.

Le imitazioni Inglesi erano perfette, ma la morbidezza degli scialli indiani rimaneva inimitabile. “Tale superiorità, che deve essere ammessa da un esaminatore oggettivo – scriverà William Moorcroft, giovane chirurgo e veterinario – deriva dalla maggior morbidezza della lana di capra…”

L’industria tessile inglese aveva bisogno delle finissime lane del Kashmir. E così Moorcroft, nel 1812, ottenne dalla compagnia delle Indie Orientali il permesso di guidare una spedizione nel Tibet. Al ritorno imbarcava 50 capre. Ma il branco venne separato e la nave su cui viaggiavano le femmine fece naufragio. In Inghilterra arrivarono solo pochi malridotti esemplari. A Blaire, in Scozia, nei possedimenti del duca di Atholl, ne sopravvissero, per pochi mesi, solo quattro.

La naturalizzazione delle capre Kashmir si rivelò un fallimento, ma l’esperimento venne ripetuto quattro anni dopo. Questa volta furono i filandrieri francesi, che nel frattempo cominciavano a dominare il mercato europeo degli scialli, a tentare la via dell’importazione.

Guillame Ternaux, stanco delle difficoltà di reperimento della materia prima attraverso la Russia, finanziò una spedizione in Oriente. Ma dei 1289 capi acquistati dai Kirghisi ne sopravvissero solo quattrocento, e in un clima temperato come quello francese non producevano abbastanza sottopelo. Finirono per essere incrociati con altre razze!

La moda dello scialle in cashmere, che aveva dato vita ad una vera industria in Inghilterra e in Francia venne abbandonata verso la fine del secolo. Non sparì invece il fascino della fibra cashmere, anzi, ritornò alla grande nei primi anni Venti, e questa volta il cashmere vero (la fibra), non era più legato a doppio filo al disegno cashmere. La separazione era avvenuta.

Nel 1980, l’offerta era in diminuzione, la richiesta in crescita, e gli inglesi pensarono bene di sviluppare questa produzione in altre parti del mondo.

Un’importante produttore europeo, acquistò 1250 ettari di terreno nel Nuovo Galles, in Australia, e impiantò un allevamento pilota. L’esempio venne presto seguito in Nuova Zelanda e in Scozia.

Le prospettive degli allevatori erano rosee, si pensava a 14 milioni di capre cashmere australiane, ad una produzione di 3000 tonnellate l’anno, ad un mercato che non dipendesse più dagli approvvigionamenti cinesi.

Passarono dieci anni dall’inizio dell’esperimento e tutto venne ridimensionato, la produzione si era stabilizzata in circa 150 tonnellate di sucido contro le 3000 preventivate e quel che era peggio la qualità della fibra non aveva niente a che vedere con il prezioso cashmere asiatico.

Il clima e i ricchi pascoli australiani non consentivano alle capre di fornire la qualità di duvet desiderata. Ad aggravare la possibilità di una espansione degli allevamenti australiani rimaneva il fatto che il cashmere in quella zona non veniva raccolto per pettinatura, al contrario veniva raccolto mediante tosa. Il risultato era un miscuglio in cui le fibre grossolane sono circa l’80-85% della massa fibrosa, mentre nel cashmere cinese esse variano dal 30 al 50%; questo si traduceva in una minor resa e quindi un costo maggiore del prodotto finale. Ricerche sull’adattabilità delle capre cashmere vengono tuttora svolte un po’ ovunque, anche in Italia; nei primi anni 90, venne portato avanti in Valtellina un esperimento di questo tipo in collaborazione con il CNR. Allevamenti di capre cashmere sono anche in Texas e in Wyoming, ma la fibra che gli allevatori ottengono è, qualitativamente, per loro stessa ammissione, molto inferiore a quella ottenuta nei paesi asiatici. Nel caso specifico degli allevamenti americani si riesce ad ottenere una fibra di cashmere con una lunghezza variabile dai 22 ai 28 mm, con una finezza che nel migliore dei casi non è inferiore ai 19 micron.

È necessario sottolineare che tutte le razze caprine posseggono il sottomanto “duvet” e teoricamente tutte potrebbero produrre la desiderata fibra; purtroppo la resa ottenuta e conseguentemente il costo di trasformazione, oltre alla pessima qualità della fibra ricavata, non permettono lo sfruttamento delle greggi al di fuori dei paesi asiatici.

Molte prove sono state fatte nel tempo ed ancora se ne faranno ma la fibra di cashmere non potrà essere ottenuta in Europa e nemmeno negli Stati Uniti, poiché i pascoli da noi troppo ricchi ed abbondanti ed il clima troppo mite determinano la pessima qualità della fibra. Nei paesi di origine, invece, la vegetazione è scarsa, i pascoli poveri, le temperature rigide, ed è in queste condizioni che nascono le migliori fibre del pianeta.

La Produzione del Cashmere

La Raccolta

A primavera i pastori raccolgono il mix di peli ordinari e Duvet, che consegnano poi a commercianti affinché vengano portati ai centri di raccolta, i quali sono dislocati nell’immenso territorio della Mongolia esterna e interna, con il compito di raggruppare i piccoli quantitativi prodotti dai singoli allevatori, che altrimenti si perderebbero. Nei centri di raccolta, dopo una prima selezione, il prodotto viene imballato e spedito alle fabbriche per iniziare il processo di trasformazione.

La Dejarratura

Il mix di peli ordinari e duvet, raccolto dai pastori, viene consegnato a commercianti o portato ai centri di raccolta; la loro dislocazione ha il compito di raggruppare i piccoli quantitativi che altrimenti si perderebbero nell’immenso territorio. Generalmente essi sono situati nelle città più importanti, agglomerati di poche case oppure, dove vi è un mercato, nel quale spesso si concentrano le trattative per lo scambio delle merci. Dai centri di raccolta il prodotto viene imballato e spedito con vecchi camion russi alle fabbriche per iniziare il processo di raffinamento.

Una volta in fabbrica il materiale viene accuratamente selezionato a mano e dopo aver scartato le parti più grossolane viene diviso in monti a seconda del colore e della finezza. Durante questa operazione vengono tolte le inevitabili contaminazioni causate per la quasi totalità da frammenti di imballaggio.

Successivamente la fibra selezionata viene inviata alla battitura che con forti aspiratori toglie tutti i residui terrosi, dopodiché viene lavata e sgrassata per poi passare alla fase di asciugatura ed essere così pronta per la dejarratura vera e propria. La dejarratura o éjarrage è un procedimento meccanico che separa i peli grossolani dal “duvet”. Le soluzioni meccaniche per dejarrare sono di vario tipo, a seconda del costruttore dell’impianto o dell’origine del macchinario. Spesso le macchine vengono costruite, modificate e personalizzate a seconda del know-how acquisito dall’operatore, che generalmente è molto geloso delle proprie modifiche e degli accorgimenti usati per migliorare qualità e resa. La produttività oraria di queste macchine è veramente bassa e varia a seconda dei sistemi produttivi da 1 chilo a 4 chili/ora. Il principio della dejarratura è molto semplice, ma ottenere un buon prodotto ed una buona resa richiede una grande conoscenza ed interpretazione delle caratteristiche del materiale da ejarrare ed una buona esperienza meccanica.

Le fibre vengono fatte passare attraverso numerose coppie di cilindri, generalmente in linea tra loro e, per differenza di peso le giarre, le fibre più grossolane, cadono lasciando che le guarnizioni metalliche trasportino le fibre più fini (il duvet) all’uscita della macchina.

Un buon lotto di cashmere proveniente dall’Inner o dall’Outer Mongolia rende il 50/60% in lavato e il 60/70% dal lavato all’ejarrato. Questo significa che ipotizzando una resa media per animale di 200 grammi, la quantità si riduce a 100/120 grammi dopo il lavaggio e a 60/70 grammi dopo la dejarratura. È quindi necessario il prodotto raccolto da 6/7 capre per ottenere il materiale necessario per una maglia, quello di 12/14 capre per una giacca e quello di 25/30 capre per un cappotto.

 

Il Popolo del Cashmere

I pastori mongoli “in outer” Mongolia

Una cultura ricca di storia

Erano piccoli cavalieri dalla pelle gialla, le gambe corte e gli occhi come lame. Li precedeva una fama di terrore e di crudeltà senza limiti.

Chiamati tartari in Europa divennero Mongoli dal nome Manghol, la tribù a cui apparteneva un uomo chiamato Temucin destinato a passare alla storia con l’appellativo di Gengis Khan. Nel 1206 era diventato capo dei popoli delle steppe, i “popoli che vivono in tende di tela”. Mattia di Parigi scriveva: “Come nugoli di cavallette che si muovono sulla terra essi hanno devastato spaventosamente i paesi d’Oriente e li hanno annientati con il fuoco e i massacri. Sono esseri bestiali, non hanno nulla di umano, piuttosto che uomini sono mostri assetati di sangue che amano bere. Non hanno leggi umane, non vivono nelle comodità, sono più selvaggi degli orsi”. Ma come spesso accade per i poteri politici, anche per quelli edificati sulla vita di milioni di persone, esiste sempre una svolta “civile” e un riconoscimento. Per i Mongoli ciò avvenne abbastanza presto. Il nipote di Gengis Khan, Kublai fu signore della Cina, sovrano saggio, grande organizzatore, conosciuto dalle cronache grazie ai racconti di Marco Polo.

Negli spazi senza fine, nelle verdi pianure, nel grande deserto del Gobi (che in mongolo significa luogo senza acqua) cosa resta di un passato così straordinario?

La popolazione mongola oggi

Occorre dire che, per quanto abitino una terra per noi lontana e in certa misura inospitale, i mongoli moderni si sono trovati stretti tra popoli e avvenimenti di portata gigantesca, a far da cuscinetto tra la Russia sovietica, e, dopo la seconda guerra mondiale, la Cina comunista. Dello scontro ideologico e di interessi tra questi due colossi, hanno in qualche modo sempre fatto le spese. Ma la maggioranza dei mongoli è rimasta quella di una volta, nel senso ovviamente della cultura delle steppe, della loro abilità di cavalcare, del loro senso di libertà. Nella loro vita quotidiana i nomadi mongoli mantengono costumi antichissimi.

La loro abitazione è da secoli sempre la stessa, la “GER”, grande tenda a pianta circolare, con pareti in feltro di yak più o meno spesse a seconda delle stagioni, sorretta da un’armatura di legni intrecciati, abbastanza grande da ospitare un’intera famiglia. La vita all’interno della “GER” si svolge in comune, i letti sono disposti lungo la circonferenza della tenda attorno alla stufa, alimentata da sterco di bovini essiccato e strumento essenziale per la sopravvivenza nel periodo del grande gelo. L’ingresso è posto a sud est per evitare il gelido monsone che d’inverno scende dalla Siberia a 80 Km/h secondo la direzione nord ovest – sud est. Le occupazioni di ogni giorno ruotano attorno alle esigenze del bestiame: al pascolo, alla mungitura, e alle attività di trasformazione del latte.

In inverno il terreno si ricopre quasi dappertutto di un manto di gelo che gli animali devono scalfire per poter brucare la sterpaglia. Quando le condizioni climatiche impediscono al gregge la sopravvivenza i pastori Mongoli trasferiscono l’intero gregge in un’altra zona.

Temutissimo è il “KZUD”, fenomeno che si verifica in media ogni decennio. Si tratta di imponenti nevicate che a causa delle bassissime temperature che seguono gelano formando strati di ghiaccio impenetrabile per gli animali che impossibilitati a nutrirsi muoiono di freddo e fame. L’esistenza delle famiglie nomadi, che rappresentano l’80% della popolazione; viene dunque condizionata dalle necessità del bestiame che è l’unica fonte di sostentamento della comunità. 

È incredibile pensare come, quando i pascoli intorno all’accampamento diventano poveri, l’intero nucleo familiare con il gregge al seguito muova in poche ore alla ricerca di nuovi pascoli.

 

I pastori mongoli “in inner” Mongolia

In Mongolia Interna i nomadi mongoli rappresentano una minoranza etnica di circa 2,5 milioni di individui e, si trovano a convivere, in un difficile e delicato equilibrio, con la maggioranza della popolazione di origine cinese, 18 milioni di individui.

Le due etnie non si sono mai amate, ancora oggi quando un nomade va in una città o in un villaggio, rischia sempre che la sua presenza scateni una rissa. Il rancore è vecchio di secoli e risale alle antiche scorrerie dei popoli delle steppe. Contro di loro, del resto, oltre 2000 anni fa, fu costruita la Grande Muraglia.

I cinesi, coltivatori della terra, disprezzano questi figli della steppa che essi chiamano Sao-ta-tse (Tartari puzzolenti), ma a loro volta i cinesi vengono gratificati dai mongoli dell’epiteto di kara-kitat (schiavi neri).

Ma sono loro, i nomadi Mongoli, i discendenti di Gengis Khan, gli unici che riescono a vivere nella steppa.

Sono loro che da un millennio conoscono il segreto del cashmere, (i Cinesi amavano la Seta e ritenevano la lana una fibra adatta ai ceti più bassi). Nomadi, vivono di pastorizia e allevamento in circa 10.000 nuclei familiari.

 

I nomadi tibetani

Oggi circa la metà della popolazione tibetana è costituita da nomadi e seminomadi.

Al primo gruppo appartengono quelle famiglie o clan che non vivono stabilmente in alcuna regione ma migrano a seconda dell’alternarsi delle stagioni, mentre del secondo gruppo fanno parte coloro che trascorrono i mesi invernali in determinate regioni del paese e portano i loro armenti al pascolo in altre aree geografiche solamente durante il periodo estivo.

I nomadi del Tibet (Drokpa o Drogpa) viaggiano in gruppi di molte famiglie, che possono essere 20 o anche più. Ciascun nucleo familiare vive in una tenda a quattro lati fabbricata con pelo di yak che custodisce tutti gli averi della famiglia cui appartiene. Nella tenda c’è spazio anche per un altare famigliare con le immagini del Budda costantemente illuminato da candele di burro di yak. Accanto all’altare c’è una scatola che contiene gli oggetti di valore della famiglia. Le diverse famiglie di un gruppo piantano le tende ad una certa distanza le une dalle altre, di solito perché la povertà del terreno da pascolo costringe le capre e gli yak a brucare in una vasta area per avere sufficiente nutrimento.

Il nomadismo tibetano è caratterizzato dai ritmi stagionali, nel senso che, a seconda dell’alternarsi delle stagioni, i clan, le tribù, e le famiglie si spostano con le loro mandrie dai pascoli estivi delle montagne e degli altopiani elevati alle valli meridionali poste al riparo dai gelidi venti dell’inverno.

La decisione di spostarsi in un nuovo territorio viene presa da tutte le famiglie del gruppo. La base sociale delle comunità dei nomadi è costituita dalla famiglia, all’interno della quale i rapporti sono regolati da consuetudini e tradizioni molto ben definite. Un tempo era maggioritario il matrimonio poliandrico (una donna che sposava più uomini, quasi sempre fratelli tra loro); oggi la poliandria rimane sempre diffusa ma comunque in misura minore rispetto al passato. In ogni famiglia nomadica, sia di tipo poliandrico sia monogamica, il ruolo della donna è assolutamente paritario a quello dell’uomo e le vengono affidati compiti di grande importanza.

Durante il giorno mentre gli uomini sorvegliano le mandrie di capre e yak, le donne e i bambini svolgono lavori domestici: tessono coperte, conciano pelli di pecora e producono burro e formaggio. Nella società tibetana il rapporto tra le componenti stanziali (abitanti delle città e contadini) e quelle nomadi è di reciproca dipendenza dovuta allo scambio e al baratto dei prodotti alimentari e delle merci; grazie al commercio i nomadi si riforniscono di tsampa (farina d’orzo arrostita) e gli agricoltori di burro, formaggio e carne. La vita tradizionale subì un duro colpo nel 1968, quando i nomadi furono collettivizzati e forzati ad una vita stanziale dal governo. Nel 1981 le comunità furono disgregate e il bestiame collettivo fu ripartito equamente: ciascuno ebbe 5 yak, 25 pecore e 7 capre.

Questo intervento di collettivizzazione esasperata ridusse alla fame centinaia di migliaia di famiglie nomadi che risentirono drammaticamente del tentativo cinese di porre sotto controllo il loro libero stile di vita. Oggi fortunatamente la situazione è migliorata e quasi tutte le tribù nomadiche sono tornate alla vita di un tempo, ma i nomadi rimangono le persone più povere della società tibetana.

Back to top

Questo sito o gli strumenti di terze parti in esso integrati fanno uso di cookie necessari per il funzionamento e per il raggiungimento delle finalità descritte nella cookie policy. Dichiari di accettare l’utilizzo di cookie chiudendo o nascondendo questa informativa. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi